Figlia di Lord Byron, scrisse il primo programma della storia un secolo prima che esistesse un computer per eseguirlo. E nelle stesse pagine pose la domanda che oggi, davanti a ChatGPT, ci poniamo tutti: una macchina crea o si limita a ricombinare ciò che le abbiamo dato?
C’è un paradosso perfetto all’origine dell’informatica: la prima persona a scrivere un programma per un computer lo fece per una macchina che non venne mai costruita, e morì ottant’anni prima che la prima davvero funzionante vedesse la luce. Quella persona era una donna, nell’Inghilterra vittoriana dove alle donne la matematica era di fatto preclusa. E, dettaglio che pare uscito da un romanzo, era la figlia del poeta più scandaloso del suo tempo.
Augusta Ada Byron nacque a Londra nel 1815, figlia di Lord Byron e di Anne Isabella Milbanke. I genitori si separarono quando lei aveva un mese e del padre non seppe mai nulla di persona. Fu la madre a decidere la sua educazione, e la decise in funzione di una paura: terrorizzata che la figlia ereditasse la “follia poetica” di Byron, la immerse in matematica e logica, convinta che fossero un argine alla fantasia. Ottenne il contrario di quel che temeva. Ada diventò una matematica di talento, guidata da figure come Mary Somerville e Augustus De Morgan, ma non smise mai di guardare ai numeri con occhio da poeta. Chiamava il suo metodo poetical science, scienza poetica. Ed è esattamente da quella fusione che nacque la sua intuizione più grande.
«Tesse schemi algebrici come il telaio Jacquard tesse foglie e fiori»
Nel 1833 conobbe Charles Babbage, l’inventore che sognava una macchina calcolatrice programmabile, la macchina analitica. Tutti, Babbage compreso, la vedevano come un gigantesco calcolatore: uno strumento per macinare numeri più in fretta. Ada vide qualcosa che nessun altro, nemmeno il suo inventore, aveva colto.
Capì che quella macchina non era limitata ai numeri. Se i numeri erano solo uno dei tanti modi di rappresentare la realtà con dei simboli, allora una macchina capace di manipolare simboli secondo regole poteva, in linea di principio, manipolare qualunque cosa riducibile a simboli e regole. Lo scrisse con un’immagine rimasta celebre: la macchina analitica “tesse schemi algebrici così come il telaio Jacquard tesse foglie e fiori”. E si spinse fino a una profezia che oggi fa venire i brividi: una macchina del genere, scrisse, “potrebbe comporre brani musicali elaborati e scientifici di qualsiasi complessità”, se solo si fossero potute tradurre in regole le leggi dell’armonia.
Era il 1843. Più di un secolo e mezzo prima che un’intelligenza artificiale scrivesse testi, generasse immagini e componesse musica, Ada Lovelace aveva descritto, con precisione, cosa sarebbe stata capace di fare.
Il primo programma, scritto per una macchina che non esisteva
Tutto questo lo mise nero su bianco in un luogo insolito. Non scrisse un trattato: tradusse dal francese un articolo di un ingegnere italiano, Luigi Menabrea, che descriveva la macchina di Babbage. Ma alla traduzione aggiunse delle Note di suo pugno, firmate con le sole iniziali A.A.L., lunghe tre volte l’articolo originale. È lì che si trova il tesoro.
Nell’ultima, la celebre Nota G, Ada scrisse in dettaglio la sequenza di operazioni con cui la macchina avrebbe potuto calcolare i numeri di Bernoulli, una successione matematica complessa. Quella sequenza è considerata il primo algoritmo pensato per essere eseguito da una macchina: il primo programma della storia. Ada aveva scritto software prima che esistesse l’hardware. Aveva programmato un computer che nessuno avrebbe costruito mentre era in vita.
L’obiezione di Lovelace
Ma la sua pagina più profetica non è quella in cui immagina cosa la macchina può fare. È quella in cui mette un limite a ciò che può essere. In mezzo a tanto entusiasmo, Ada ebbe la lucidità di frenare e scrisse una frase che un secolo dopo avrebbe dato il nome a un dibattito ancora aperto: “La macchina analitica non ha alcuna pretesa di originare qualcosa. Può fare tutto ciò che sappiamo ordinarle di eseguire”.
In altre parole: la macchina non inventa, esegue. Non ha idee proprie, riorganizza le nostre. Può sorprenderci per la complessità dei risultati, ma non per originalità, perché l’originalità sta in chi la istruisce. Fu Alan Turing, nel 1950, a battezzare questo passaggio “l’obiezione di Lady Lovelace”, prendendolo come il principale argomento contro l’idea di una macchina pensante e provando a smontarlo.
E qui sta il punto che ci riguarda da vicino, oggi. Perché davanti a un’AI generativa che scrive una poesia o dipinge un quadro in dieci secondi, la domanda di Ada torna identica: sta creando o sta ricombinando in modo sofisticatissimo l’immensa quantità di opere umane con cui è stata addestrata? La maggior parte degli esperti propende per la seconda risposta: questi sistemi non originano, rielaborano ciò che hanno assorbito da noi. È esattamente l’obiezione di Lovelace, riproposta a quasi due secoli di distanza. Cambia la potenza della macchina, non la natura della domanda.
Per chiunque usi l’AI nel proprio lavoro, non è una questione filosofica astratta. È la differenza tra trattare l’output di un modello come una verità originale e trattarlo come un rimpasto, verosimile ma non garantito, di materiale altrui. Sapere che la macchina “non origina nulla” è la prima regola di igiene mentale per usarla bene: il valore, l’intuizione, la responsabilità di ciò che ne esce restano, come diceva Ada, di chi ha saputo ordinarle cosa fare.
La rubrica ANTE DIGITAM
La serie continua → Alan Turing
ANTE DIGITAM racconta le menti che hanno visto arrivare il nostro presente digitale, spesso con largo anticipo. Poche lo hanno anticipato quanto Ada Lovelace, morta di cancro a soli trentasei anni, nel 1852, senza vedere nulla di ciò che aveva previsto. Le dobbiamo non solo il primo programma, ma la prima, lucidissima domanda sui limiti delle macchine. Una domanda a cui un altro genio, qualche decennio dopo, avrebbe dedicato la vita, provando a rispondere di sì.
Perché la vera eredità di Ada non è una risposta, ma una domanda che non smette di essere attuale: dove finisce il calcolo e dove comincia la creazione.

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