C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui “andare su Internet” era un gesto preciso. Ci si sedeva, si accendeva qualcosa, il modem faceva quel verso che chi ha una certa età ricorda ancora, e per qualche minuto si entrava in un altro luogo. Poi ci si alzava, si spegneva, e si tornava nel mondo. Online e offline erano due stanze separate, con una porta in mezzo e un interruttore accanto alla porta.
Quell’interruttore oggi non esiste più. E a spiegarci, con largo anticipo, perché sarebbe sparito, è stato un filosofo italiano che molti fuori dall’accademia ancora non conoscono abbastanza: Luciano Floridi.
Floridi è nato a Roma nel 1964. Dal 2023 è il direttore fondatore del Digital Ethics Center dell’Università di Yale, e continua a insegnare all’Università di Bologna. Ma la riga del curriculum che conta davvero è un’altra: ha costruito, quasi dal nulla, una disciplina che prima non esisteva, la filosofia dell’informazione. Non ha applicato la filosofia alla tecnologia, come si fa di solito arrivando buoni ultimi a commentare ciò che gli ingegneri hanno già fatto. Ha fatto il contrario: ha preso l’informazione, il concetto più sfuggente e più pervasivo della nostra epoca, e ne ha fatto un oggetto filosofico serio, con le sue domande proprie. È uno dei pochissimi pensatori che le istituzioni chiamano davvero al tavolo quando c’è da scrivere le regole dell’intelligenza artificiale, dall’Unione Europea in giù.
Non è più “come uso questa cosa?”, bensì “come vivo dentro questo luogo?”
Cosa aveva visto
L’intuizione di fondo, Floridi l’ha avuta molto prima che lo smartphone ci entrasse in tasca. Aveva capito che l’informazione non è uno strumento che prendiamo in mano quando serve, come un martello, ma un ambiente in cui siamo immersi, come l’aria o l’acqua. A questo ambiente ha dato un nome che è diventato un piccolo classico: l’infosfera.
È uno spostamento di prospettiva più grande di quanto sembri. Finché pensiamo all’informazione come a uno strumento, restiamo noi i padroni: la usiamo, la posiamo, ne facciamo a meno. Ma se è un ambiente, allora la domanda cambia. Non è più “come uso questa cosa?”, bensì “come vivo dentro questo luogo?”. Non si governa un ecosistema come si impugna un attrezzo. Lo si abita, lo si cura, al limite lo si inquina. E, soprattutto, non se ne esce con un clic.
Da qui nasce la parola con cui Floridi ha fotografato la nostra condizione quotidiana: onlife. La fusione, ormai senza cuciture visibili, di online e offline. Non viviamo più una parte della giornata “connessi” e una parte “nel mondo reale”: viviamo in un continumm in cui le due dimensioni si intrecciano costantemente. Prenotiamo un medico mentre siamo in fila al supermercato, litighiamo in chat durante una cena, un semaforo decide quanto aspettiamo in base a dati raccolti altrove.
Ecco perché l’immagine dell’interruttore è così utile. L’interruttore presupponeva un confine, un dentro e un fuori. Floridi ci ha fatto notare, con calma, che quel confine è evaporato, e che la domanda “sei online o offline?” ha smesso di avere senso, esattamente come non ha senso chiedere a un pesce se in questo momento è “nell’acqua”. La risposta è sempre sì, e proprio per questo non la nota più.
La quarta rivoluzione
C’è poi l’idea che dà il titolo al suo libro più noto, La quarta rivoluzione (2014), ed è la più affascinante perché rimette in fila secoli di storia del pensiero. Floridi osserva che l’umanità, nella sua storia, ha incassato una serie di colpi al proprio orgoglio, tre grandi ridimensionamenti.
Copernico ci ha tolto il centro dell’universo: non eravamo il perno attorno a cui tutto girava. Darwin ci ha tolto il primato sul resto dei viventi: eravamo un ramo dell’albero, non la cima. Freud ci ha tolto persino il controllo della nostra mente: dentro di noi agiscono forze che non comandiamo. Ogni volta, un pezzo di presunzione umana andava a terra.
La quarta rivoluzione, dice Floridi, porta il nome di Alan Turing. Con le macchine che elaborano informazione meglio e più in fretta di noi, abbiamo perso anche l’ultima esclusiva a cui ci eravamo aggrappati: quella di essere gli unici capaci di ragionare sui dati, di calcolare, di processare il mondo. Non siamo più i soli agenti informazionali del pianeta. Ne condividiamo l’ambiente con entità artificiali che, in quel compito specifico, ci superano.
«Agere sine intelligere»
E qui arriva la distinzione più preziosa che Floridi ci regala, quella che dovrebbe stare appesa alla parete di chiunque lavori con l’intelligenza artificiale. L’ha condensata in una formula latina: agere sine intelligere, agire senza capire.
L’AI, sostiene Floridi, non è una nuova forma di intelligenza. È una nuova forma di agire. Fa cose, le fa benissimo, spesso meglio di noi, ma le fa senza comprenderle. Un modello linguistico può scrivere una lettera di condoglianze perfetta senza sapere cosa sia la morte, il lutto, la perdita. Esegue, non intende.
È la separazione, storicamente inedita, tra la capacità di agire efficacemente e la capacità di capire ciò che si sta facendo. Per millenni le due cose erano andate insieme: per fare bene una cosa bisognava, in qualche misura, capirla. L’AI rompe questo legame.
Non è una diminuzione della macchina, attenzione. È una descrizione onesta di cosa sia, che ci libera da due errori opposti e ugualmente ingenui: pensare che dentro il computer abiti una mente, e pensare che sia solo una calcolatrice un po’ più veloce. È qualcosa di nuovo, un agente senza comprensione, e va trattato per quello che è.
La lezione per chi lavora con l’AI
Da questa distinzione discende tutto il resto, e discende una regola pratica che vale in azienda come a scuola, nello studio professionale come a casa. Se l’intelligenza artificiale è agire senza capire, allora possiamo delegarle l’agire, ma non il giudizio. Possiamo affidarle il compito, mai la comprensione di cosa quel compito significhi, e tanto meno la responsabilità di ciò che ne consegue.
Il giudizio, il senso, la responsabilità restano di competenza umana, non per nostalgia o orgoglio di specie, ma per una ragione logica: una cosa che agisce senza capire non può, per definizione, rispondere di ciò che fa. Non capisce abbastanza da poterne rispondere. Quella parte lì, la più scomoda e la più nobile, non si può scaricare su nessuna macchina. Rimane attaccata a noi, come un’ombra.
Floridi, in fondo, non ci ha tolto solo l’interruttore tra online e offline. Ci ha tolto anche l’illusione di poterci riposare, di poter affidare a qualcos’altro la fatica di capire e di decidere. Ci ha ricordato che possiamo delegare quasi tutto, ma non quella fatica lì. Ed è, a pensarci bene, una buona notizia: è la prova che, nell’infosfera, un posto insostituibile per noi c’è ancora.
La rubrica ANTE DIGITAM
La serie continua → Matteo Flora
Floridi ci ha consegnato la bussola teorica: l’agire si può delegare, il giudizio e la responsabilità restano umani. Ma una bussola, da sola, non basta: bisogna poi camminare sul terreno, dove le domande si fanno concrete e un po’ più scomode. Chi risponde se un algoritmo sbaglia? Di chi sono i dati che nutrono questi sistemi? Cosa stiamo davvero firmando quando accettiamo le condizioni di un servizio?
È qui che ANTE DIGITAM incontra il suo prossimo protagonista. Un “hacker”, imprenditore, docente e divulgatore. Prende l’etica digitale e la porta dove diventa verificabile, cioè sul terreno delle regole, dei diritti e della reputazione. Ci insegnerà a smontare il giocattolo per capire come funziona, e a leggere il trucco dietro le grandi dichiarazioni dei padroni della tecnologia. Il suo congedo, ogni volta, è un invito in due parole latine: Estote Parati. Siate pronti.

[…] La serie continua → Luciano Floridi […]