Alla fine di ogni video, di ogni podcast, di ogni intervento, arriva sempre la stessa frase. Due parole in latino, buttate lì con un mezzo sorriso: «Estote Parati». Siate pronti. Non è un ammonimento da profeta di sventure, e lui è il primo a chiarirlo: è un invito a farsi trovare preparati, a non arrivare impreparati all’appuntamento con le cose che stanno già succedendo.
È, a ben vedere, l’intero metodo di Matteo Flora condensato in due parole: non spaventarsi, non entusiasmarsi a comando, ma capire in anticipo come funziona il giocattolo, prima che il giocattolo cominci a funzionare su di noi.
Flora è difficile da mettere in una casella, e sospetto che la cosa gli piaccia. È un hacker, nel senso nobile e originario del termine: uno che smonta i sistemi per capirli, non per romperli. È un imprenditore seriale: nel 2008 ha fondato The Fool, tra le prime realtà europee a occuparsi di reputazione digitale basata sui dati, e nel 2018 ha co-fondato LT42, una società di legal tech, cioè di tecnologia applicata al diritto. È un professore: insegna Corporate Reputation all’Università di Pavia e Brand Reputation alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano. Ed è un divulgatore con un seguito vastissimo, grazie al format “Ciao, Internet!”, che ha superato i dieci milioni di visualizzazioni spiegando, con un linguaggio diretto e senza giri di parole, come funziona davvero la rete.
È proprio questa somma di competenze a renderlo interessante per il discorso che facciamo in questa rubrica. Flora non guarda l’intelligenza artificiale come un ingegnere affascinato dalla macchina, né come un filosofo che la osserva dall’alto. La guarda da dove si incontrano tre mondi che di solito si ignorano: la tecnologia, il diritto e la reputazione. Dal punto esatto, cioè, in cui l’AI smette di essere un esercizio teorico e diventa una questione di potere, di regole e di conseguenze concrete sulle persone.
«Estote Parati». Siate pronti
L’etica che diventa legal tech
Qui sta il suo contributo più originale, e la ragione per cui lo accostiamo al tema dell’etica dell’informazione.
Per molti l’etica dell’AI resta un dibattito nobile ma astratto, fatto di principi che si applaudono in convegno e si dimenticano all’uscita. Flora fa l’operazione opposta: prende quei principi e li porta sul terreno dove diventano verificabili, cioè quello delle regole, dei contratti, dei diritti.
Chi risponde se un algoritmo ti rovina la reputazione? Di chi sono i dati con cui un modello è stato addestrato? Cosa stai davvero firmando quando accetti le condizioni di un servizio di AI?
È il passaggio dall’etica come predica all’etica come pratica. La domanda non è più soltanto “è giusto?”, ma “chi è responsabile, davanti a chi, e con quali strumenti posso difendermi?”.
È legal tech nel senso più pieno: usare insieme la competenza tecnica e quella giuridica per restituire alle persone un po’ del potere che la tecnologia tende a concentrare altrove. Non a caso Flora è anche tra i fondatori dell’Hermes Center, realtà che si occupa di trasparenza e diritti umani digitali. L’etica, per lui, non è un aggettivo che si appiccica alla fine: è un sistema di tutele che deve avere dei denti.
Leggere le “uscite” dei potenti
C’è poi un terreno su cui Flora si muove meglio di chiunque altro, in Italia, e che ha presidiato fin dai primissimi giorni dell’AI generativa.
Non si è limitato a spiegare cosa fa un modello: ha cominciato subito a tradurre cosa dicono i padroni di quei modelli. Quando Musk, Altman, Amodei o Zuckerberg rilasciano una dichiarazione, lanciano un allarme sul futuro dell’umanità o promettono la rivoluzione dietro l’angolo, Flora fa una cosa che pochi fanno: si chiede perché la stanno dicendo adesso, e a chi conviene che la pensiamo così.
È un esercizio prezioso, perché quelle uscite non sono mai soltanto informazione: sono comunicazione, spesso strategia, a volte marketing travestito da profezia. Chi annuncia che la propria tecnologia è così potente da essere pericolosa, nota spesso Flora, sta anche dicendo al mercato quanto è potente la propria tecnologia. Separare il contenuto tecnico dalla mossa comunicativa è un’operazione di igiene mentale collettiva, ed è esattamente il tipo di smontaggio che un hacker sa fare: aprire la scatola, mostrare gli ingranaggi, far vedere dove sta il trucco. Non per cinismo, ma perché un cittadino informato è un cittadino più difficile da manovrare.
La lezione
Se dovessi riassumere cosa ci lascia Matteo Flora, direi che ci insegna una forma di scetticismo competente. Non lo scetticismo pigro di chi liquida tutto come una bolla, né l’entusiasmo acritico di chi applaude ogni annuncio.
Una terza via: studiare abbastanza da potersi fidare del proprio giudizio invece che di quello di chi ha qualcosa da venderti. Diretto, a volte ruvido, mai supponente verso chi vuole capire, implacabile verso chi vuole confondere.
Ed è qui che le sue due parole latine chiudono il cerchio. «Estote Parati» non significa stare in guardia nel senso di aver paura. Significa arrivare preparati: aver capito come funziona la macchina, chi la controlla e quali diritti abbiamo, prima che serva saperlo di corsa.
In un’epoca che corre più veloce della nostra capacità di starle dietro, è forse il consiglio più pratico che ci possa dare. Studiare prima.
Farsi trovare pronti. Restare, appunto, “parati”.
La rubrica ANTE DIGITAM
La serie continua → Paolo Benanti
Matteo Flora ci ha insegnato a smontare il giocattolo: a leggere il trucco dietro gli annunci, a difendere i nostri diritti sul terreno concreto dei dati e della reputazione. Ma c’è una domanda che viene prima ancora di chiedersi come funziona una tecnologia: è giusto ciò che le lasciamo fare? A porla, in Italia, è soprattutto una voce inattesa, quella di un frate francescano che i governi e le Nazioni Unite chiamano ai loro tavoli. Ha dato un nome a questa riflessione, algoretica, e ci ricorda che l’efficienza non è mai, da sola, una risposta etica.

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