«L’AI non è né artificiale né intelligente», sostiene. Ha visitato miniere di litio e data center per dimostrarlo. Il suo «Atlas of AI» rivela i costi reali, ambientali, umani, materiali, di ciò che crediamo immateriale.
Diciamo «cloud», nuvola, e immaginiamo qualcosa di leggero, immateriale, pulito. Diciamo «intelligenza artificiale» e pensiamo a qualcosa di astratto, che vive nei circuiti e negli algoritmi, lontano dal mondo fisico. Kate Crawford ha dedicato la sua carriera a smontare questa illusione. La sua tesi, tanto semplice quanto rivoluzionaria, è che l’intelligenza artificiale «non è né artificiale né intelligente». È, al contrario, profondamente materiale, fisica, terrena. E ha un costo, ambientale, umano, sociale, che il settore tecnologico preferisce tenere nascosto.
Crawford è oggi la principale voce accademica globale sulle implicazioni dell’AI. Australiana, ha costruito una carriera unica, capace di muoversi tra la ricerca scientifica di alto livello e l’impegno pubblico. Pubblica su riviste come Nature e Science, ma consiglia anche il Parlamento europeo e le Nazioni Unite. Ha co-fondato istituti di ricerca dedicati all’etica dell’AI e la rivista TIME l’ha inserita tra le cento persone più influenti al mondo nel campo dell’intelligenza artificiale.
L'AI ha un corpo. E quel corpo lascia impronte pesanti sul pianeta e sulle persone.
Il suo capolavoro è Atlas of AI, pubblicato nel 2021. Ed è un libro diverso da tutti gli altri sull’intelligenza artificiale, perché non parla di algoritmi in astratto: parla di miniere, fabbriche, magazzini, lavoratori. Per scriverlo, Crawford ha viaggiato fisicamente lungo la filiera nascosta dell’AI. È andata nelle miniere di litio del Nevada e della Bolivia, da cui viene il materiale per le batterie. Ha visitato le fabbriche di chip. Ha studiato i data center che consumano enormi quantità di energia e acqua. Ha documentato il lavoro sottopagato di chi, nei paesi in via di sviluppo, annota manualmente le immagini e i dati con cui i sistemi di AI vengono addestrati.
Il quadro che emerge è potente e scomodo. Ogni volta che usiamo un sistema di intelligenza artificiale, che poniamo una domanda a un assistente, che generiamo un’immagine, che otteniamo una raccomandazione, mettiamo in moto una catena materiale immensa. Minerali estratti dalla terra, spesso in condizioni ambientali e sociali problematiche. Energia consumata in quantità enormi, con un impatto climatico reale. Lavoro umano, spesso invisibile e mal pagato, che rende possibile l’apparente «magia» dell’automazione. L’AI ha un corpo. E quel corpo lascia impronte pesanti sul pianeta e sulle persone.
Crawford usa un’immagine efficace: quando interagiamo con un sistema di AI, vediamo solo la superficie pulita e luminosa, l’interfaccia elegante, la risposta immediata. Ma sotto quella superficie c’è un’infrastruttura vastissima e per lo più nascosta. È come un iceberg: la parte visibile è minima rispetto a ciò che sta sotto.
Ora, perché tutto questo dovrebbe interessare un’azienda che adotta l’intelligenza artificiale? Per una ragione che sta diventando ogni anno più rilevante: la responsabilità e la sostenibilità.
Sempre più imprese sono chiamate a rendere conto del proprio impatto ambientale e sociale, dai clienti, dai regolatori, dai propri stessi valori. E l’adozione dell’intelligenza artificiale ha un impatto che spesso viene ignorato. Addestrare e far funzionare grandi modelli di AI consuma energia in quantità considerevole. Un’azienda che si dà obiettivi di sostenibilità, ma che adotta l’AI senza considerarne il costo ambientale, rischia una contraddizione che prima o poi verrà notata.
Come abbiamo imparato a chiederci da dove viene il cibo che mangiamo o come vengono prodotti i vestiti che indossiamo, dobbiamo imparare a chiederci cosa c'è davvero dietro l'AI che usiamo
Immaginate un’impresa che si presenta come attenta all’ambiente e che, contemporaneamente, adotta massicciamente strumenti di AI energivori senza alcuna consapevolezza del loro impatto. Non è solo un problema etico: è un rischio reputazionale concreto in un mondo in cui la coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa è sempre più scrutinata. Crawford ci insegna a porre la domanda giusta: qual è il costo reale, non solo economico, della tecnologia che stiamo adottando?
C’è poi un altro aspetto del lavoro di Crawford particolarmente rilevante per le aziende: la questione della classificazione. I sistemi di AI, per funzionare, classificano il mondo. Decidono cosa appartiene a quale categoria: chi è un buon cliente, quale curriculum è promettente, quale comportamento è sospetto. Ma queste classificazioni non sono neutre, incorporano scelte, valori, e a volte pregiudizi. Crawford ci ricorda che chi classifica esercita potere. E un’azienda che usa l’AI per classificare persone o situazioni si assume la responsabilità di quelle classificazioni.
La lezione di Crawford non è un invito a rinunciare all’intelligenza artificiale. È un invito a usarla con piena consapevolezza dei suoi costi e delle sue implicazioni. Un’azienda che adotta l’AI sapendo cosa comporta, in termini di risorse, di impatto, di responsabilità, è un’azienda che fa scelte mature. Un’azienda che la adotta pensando che sia «magia immateriale e gratuita» costruisce su un’illusione destinata a infrangersi.
Questa consapevolezza si traduce in scelte concrete. Significa, per esempio, valutare se un certo uso dell’AI vale davvero il suo costo, non solo economico, ma ambientale e sociale. Significa scegliere strumenti e fornitori attenti alla sostenibilità. Significa essere trasparenti sull’impatto delle proprie tecnologie. Sono decisioni che un’impresa consapevole prende con cognizione di causa, non alla cieca.
Crawford, in fondo, ci invita a fare con l’intelligenza artificiale ciò che abbiamo imparato a fare con altre tecnologie: guardare oltre la superficie, considerare l’intera catena del valore, assumerci la responsabilità delle conseguenze. Come abbiamo imparato a chiederci da dove viene il cibo che mangiamo o come vengono prodotti i vestiti che indossiamo, dobbiamo imparare a chiederci cosa c’è davvero dietro l’AI che usiamo.
Una studiosa australiana che ha visitato miniere di litio e data center per capire l’intelligenza artificiale ci ha svelato la sua verità più scomoda: l’AI non è una nuvola immateriale, ma un sistema fisico con costi reali sul pianeta e sulle persone. Per un’azienda, tenerne conto non è un vincolo ma una forma di maturità – la capacità di adottare la tecnologia con gli occhi aperti su ciò che comporta davvero.
Perché una scelta tecnologica, come ci insegna Crawford, è sempre anche una scelta etica e strategica. E le scelte migliori si fanno sapendo, non ignorando.
La rubrica ANTE DIGITAM
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Crawford ci ha svelato il costo materiale dell’AI. Ma c’è anche un costo umano più sottile: quello della discriminazione nascosta nei sistemi. Una scienziata arrivata come rifugiata lo ha dimostrato con i numeri e ha pagato di persona il coraggio di dirlo ad alta voce.
