25 milioni di copie vendute, letto da Obama e Gates. In «Homo Deus» pose la domanda più radicale sull’AI: cosa succede quando le macchine ci conoscono meglio di noi stessi? Per le aziende, è la domanda su cosa delegare e cosa no.
Come fa uno storico specializzato in guerre del Rinascimento a diventare la voce più ascoltata al mondo sul futuro dell’intelligenza artificiale? La storia di Yuval Noah Harari è, in un certo senso, il racconto di come le grandi domande sul futuro nascano spesso da uno sguardo profondo sul passato.
Nato in Israele nel 1976, Harari studiò storia medievale, conseguendo il dottorato a Oxford con una tesi sulla memoria militare rinascimentale. Un tema apparentemente lontanissimo dall’AI. Ma fu proprio insegnando storia del mondo agli studenti universitari che Harari sviluppò la capacità di vedere le grandi traiettorie dell’umanità, da dove veniamo, dove stiamo andando, cosa ci rende ciò che siamo. Da quelle lezioni nacque Sapiens, il libro che l’avrebbe reso celebre in tutto il mondo.
"...ciò che ha reso l'homo sapiens la specie dominante non è la forza né l'intelligenza individuale, ma la capacità di credere in «storie collettive»"
Pubblicato in ebraico nel 2011 e in inglese nel 2014, Sapiens ha venduto oltre 25 milioni di copie ed è stato tradotto in 65 lingue. Bill Gates, Barack Obama, Mark Zuckerberg lo hanno indicato come lettura essenziale. La sua tesi centrale è affascinante: ciò che ha reso l’homo sapiens la specie dominante non è la forza né l’intelligenza individuale, ma la capacità di credere in «storie collettive», nazioni, religioni, denaro, diritti umani, aziende. Sono finzioni condivise, eppure permettono a milioni di sconosciuti di cooperare. Il denaro non esiste in natura, ma tutti ci crediamo, e questo lo rende reale.
Ma è con il libro successivo, Homo Deus del 2016, che Harari rivolse lo sguardo al futuro e pose le domande che oggi ci tolgono il sonno. Se in passato l’umanità ha lottato contro carestie, pestilenze e guerre, sostiene Harari, nel futuro affronterà sfide di natura completamente diversa, legate al potere crescente della tecnologia e degli algoritmi.
La domanda centrale di Homo Deus è tanto semplice da formulare quanto vertiginosa nelle conseguenze: cosa succede quando gli algoritmi diventano più bravi di noi a prendere decisioni? Non decisioni banali, ma decisioni importanti, mediche, finanziarie, sentimentali. Cosa succede quando un sistema di intelligenza artificiale, analizzando i nostri dati, ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi stessi? Sa cosa compreremo prima che lo decidiamo, quale lavoro ci renderà felici, persino di chi ci innamoreremo?
Harari chiama «dataismo» questa nuova visione del mondo: la fede che tutto, anche gli esseri umani, possa essere compreso e ottimizzato attraverso il flusso dei dati. E avverte del rischio più profondo: che, delegando sempre più decisioni agli algoritmi perché «decidono meglio», finiamo per svuotare progressivamente l’autonomia e il giudizio umano. Non perché una macchina malvagia ci soggioghi, ma semplicemente perché, passo dopo passo, scegliamo la comodità dell’algoritmo rispetto alla fatica di decidere.
Ora, questa riflessione filosofica ha implicazioni concretissime per qualsiasi azienda che usi l’intelligenza artificiale. Perché la domanda di Harari, cosa delegare agli algoritmi e cosa tenere in mano umana, è esattamente la domanda che ogni impresa deve porsi quando introduce l’AI.
cosa delegare agli algoritmi e cosa tenere in mano umana
Facciamo esempi concreti. Un’azienda può usare l’AI per analizzare dati e suggerire decisioni: quali prodotti lanciare, quali clienti privilegiare, quali investimenti fare. L’AI, spesso, «decide meglio» nel senso che elabora più dati di quanti un umano potrebbe mai considerare. Ma questo significa che dobbiamo delegarle ogni decisione? Dove serve ancora il giudizio umano, con la sua capacità di considerare valori, contesto, eccezioni, responsabilità? E dove, invece, l’automazione è appropriata e vantaggiosa?
Questa è la domanda cruciale, e non ha una risposta unica. Ci sono decisioni ripetitive, basate su criteri chiari, dove delegare all’AI ha perfettamente senso: aumenta efficienza e riduce errori. E ci sono decisioni che coinvolgono valori, responsabilità verso le persone, giudizi etici, dove il controllo umano deve rimanere saldo. Distinguere tra le due categorie, sapere cosa delegare e cosa no, è forse la competenza più importante nell’uso aziendale dell’intelligenza artificiale.
Immaginate un’azienda che usa l’AI per gestire le risorse umane. Il sistema può analizzare le performance, suggerire promozioni, persino segnalare chi rischia di andarsene. Utilissimo. Ma la decisione finale su una promozione, un licenziamento, una valutazione che segna la vita di una persona, può essere delegata interamente a un algoritmo? Harari ci mette in guardia: delegare queste decisioni significa rinunciare a qualcosa di profondamente umano, la responsabilità, il giudizio, la capacità di considerare l’irriducibile complessità di ogni persona.
Il messaggio di Harari non è tecnofobo. Non ci dice di rifiutare l’AI. Ci invita a un uso consapevole, in cui manteniamo il controllo sulle decisioni che contano davvero. La tecnologia deve amplificare il giudizio umano, non sostituirlo silenziosamente. E questo richiede una scelta attiva e competente: decidere, caso per caso, cosa affidare alla macchina e cosa tenere nelle mani – e sotto la responsabilità – delle persone.
C’è un dettaglio biografico che illumina il pensiero di Harari. Pratica la meditazione due ore al giorno e dedica ogni anno settimane a ritiri di silenzio. Perché? Per osservare, dice, il funzionamento della propria mente, proprio ciò che gli algoritmi cercano di decifrare dall’esterno. È un modo di ricordarci che l’autoconoscenza umana, la capacità di guardarsi dentro, resta qualcosa che nessun dato può sostituire.
Uno storico delle guerre rinascimentali ci ha posto la domanda più importante dell’era dell’intelligenza artificiale: cosa resta di noi, del nostro giudizio e della nostra autonomia, quando le macchine decidono meglio? Per le aziende, questa domanda si traduce in una scelta strategica quotidiana: cosa delegare all’AI, e cosa tenere saldamente in mano umana.
Rispondere bene a questa domanda – con competenza, non con entusiasmo cieco né con paura – è forse la sfida più importante che l’intelligenza artificiale ci pone. E la risposta, per fortuna, dipende ancora da noi.
La rubrica ANTE DIGITAM
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Harari ci ha interrogati su cosa delegare alle macchine. Ma quelle macchine, apparentemente immateriali, hanno un corpo fatto di miniere, energia e lavoro umano. Una studiosa ha viaggiato lungo la filiera nascosta dell’AI per dimostrarlo, e ciò che ha trovato cambia il modo di guardare ogni «cloud».
