Da Seoul a Berlino, dalla metallurgia alla filosofia. Ha capito che non siamo più controllati da un Grande Fratello: ci controlliamo da soli. E la sua diagnosi è la bussola per introdurre l’AI senza aumentare la pressione sulle persone, senza burnout.
Ci sono filosofi che spiegano il passato e filosofi che nominano il presente. Byung-Chul Han appartiene alla seconda, rarissima categoria. In una ventina di libri brevi, densi, sorprendentemente leggibili, ha dato un nome a molte delle malattie invisibili della nostra epoca digitale, quelle che sentiamo sulla pelle ma che fatichiamo a definire. Il burnout, l’ansia da prestazione, la stanchezza cronica, l’incapacità di staccare. Han le ha spiegate prima e meglio di chiunque altro.
La sua storia è già di per sé una filosofia. Nato a Seoul nel 1959, Han studiò inizialmente metallurgia in Corea. Poi, in un salto biografico che racconta tutto del suo carattere anticonvenzionale, si trasferì in Germania per studiare filosofia, letteratura tedesca e teologia cattolica. Dalla scienza dei metalli alla scienza dell’anima. Oggi insegna a Berlino, vive in modo volutamente riservato, rifiuta quasi tutte le interviste e non ha profili social. La sua vita è coerente con la sua filosofia, cosa rara e significativa.
Oggi viviamo in una «società della prestazione», che non ci impone divieti ma possibilità.
L’opera che l’ha reso celebre è La società della stanchezza, del 2010. La tesi è affilata come una lama. Nel Novecento vivevamo in una «società disciplinare»: c’erano regole, divieti, autorità che ci dicevano cosa non fare. Fabbriche, scuole, caserme funzionavano a colpi di «devi» e «non devi». Ma quel mondo, sostiene Han, è finito. Oggi viviamo in una «società della prestazione», che non ci impone divieti ma possibilità. Non ci dice più «devi». Ci dice «puoi». Puoi diventare chiunque, puoi realizzarti, puoi ottimizzarti senza limiti.
Sembra libertà. È invece una nuova forma di oppressione, più insidiosa perché invisibile. Se posso tutto, allora ogni fallimento è colpa mia. Se non sono abbastanza produttivo, abbastanza in forma, abbastanza di successo, non posso incolpare nessuno se non me stesso. Il risultato è che diventiamo i controllori di noi stessi, gli sfruttatori di noi stessi. Nessun padrone esterno ci opprime: ci opprimiamo da soli, nella corsa infinita all’auto-miglioramento. E il prezzo è il burnout, la depressione, l’esaurimento.
In un altro libro fondamentale, La società della trasparenza del 2012, Han affronta un’altra illusione digitale. La trasparenza totale, l’idea che tutto debba essere visibile, condiviso, esposto, sembra un valore positivo. È invece, avverte, una forma di controllo. Una società che elimina l’oscurità, il segreto, l’intimità, elimina anche la profondità e la complessità. Tutto ciò che non è immediatamente visibile e misurabile diventa sospetto.
Ora, cosa c’entra tutto questo con un’azienda che introduce l’intelligenza artificiale nel 2026? C’entra moltissimo, e in modo sorprendentemente concreto.
L’intelligenza artificiale è, prima di tutto, una tecnologia di accelerazione e ottimizzazione. Promette di farci fare più cose, più velocemente, meglio. E qui sta il rischio che Han ci aiuta a vedere. Se introdotta senza consapevolezza, l’AI può trasformarsi nell’ennesimo strumento di quella «società della prestazione» che genera burnout. Più produttività richiesta, più compiti, più pressione. La macchina che doveva liberarci diventa la frusta che ci spinge a correre ancora più forte.
Immaginate un’azienda che introduce strumenti di AI per aumentare la produttività dei dipendenti. Sulla carta, tutti dovrebbero lavorare meno e meglio. Ma cosa succede nella realtà, se l’introduzione non è governata con attenzione? Spesso accade il contrario: poiché l’AI permette di fare di più, ci si aspetta che si faccia di più. Il tempo liberato viene immediatamente riempito. La pressione aumenta invece di diminuire. I dipendenti si sentono sorvegliati dai sistemi, misurati costantemente, spinti a un’ottimizzazione senza fine. È esattamente la società della stanchezza descritta da Han, potenziata dall’algoritmo.
Ma, ed è questo il punto cruciale, non deve andare così. Han non è un tecnofobo che demonizza gli strumenti. La sua è una diagnosi, non una condanna. E ogni buona diagnosi apre la strada a una cura.
La differenza tra un'AI che libera e un'AI che opprime non sta nella tecnologia: sta in come la si introduce e la si governa.
Un’azienda consapevole può usare l’intelligenza artificiale per ridurre davvero il carico sulle persone: automatizzando i compiti ripetitivi e noiosi, liberando tempo per il lavoro creativo e relazionale, restituendo ai dipendenti spazi di concentrazione e di senso. Oppure può usarla, magari senza nemmeno rendersene conto, per intensificare la pressione, moltiplicare le richieste, trasformare ogni persona in un ingranaggio sempre più veloce. La stessa tecnologia, due direzioni opposte.
Han ci invita anche a recuperare qualcosa che la cultura digitale tende a distruggere: la «vita contemplativa», gli spazi di silenzio, di riflessione, di ozio produttivo. In un’azienda, questo si traduce in una domanda semplice ma potente: l’AI che stiamo introducendo dà alle persone più tempo per pensare, o meno? Le rende più concentrate o più frammentate? Le libera o le sovraccarica?
Rispondere a queste domande è parte essenziale di un’introduzione consapevole dell’intelligenza artificiale. Non basta chiedersi se l’AI aumenta la produttività. Bisogna chiedersi che effetto ha sulle persone che lavorano sulla loro concentrazione, il loro benessere, il loro senso del lavoro. Perché un’azienda fatta di persone esaurite non è un’azienda efficiente: è un’azienda che sta bruciando il suo capitale più prezioso.
Un filosofo coreano-tedesco che vive lontano dai riflettori e senza social ci ha dato la diagnosi più precisa dell’epoca digitale: non siamo oppressi da un Grande Fratello esterno, ci opprimiamo da soli. L’intelligenza artificiale può aggravare questa dinamica o può aiutarci a spezzarla. La differenza la fa la consapevolezza con cui la introduciamo.
Usare l’AI per servire le persone, e non per spremerle. È forse la sfida più importante e più umana che le aziende hanno davanti.
La rubrica ANTE DIGITAM
Prossimo episodio → Ted Nelson
Han ci ha messo in guardia dall’accelerazione che ci sfinisce. Ma alle radici stesse del digitale c’è un sogno tradito: quello di un uomo che immaginò un web più giusto di quello che abbiamo, dove ogni autore veniva riconosciuto e pagato. Ci lavorò sessant’anni. Non lo completò mai.

[…] Prossimo episodio → Byung-Chul Han […]