Coniò la parola «ipertesto» nel 1963 e passò sessant’anni a costruire un sistema dove ogni autore veniva pagato per ogni citazione. Non fu mai completato. Molti problemi dell’AI di oggi nascono proprio da ciò che il suo sistema avrebbe evitato.
Ci sono visionari che vengono celebrati e visionari che vengono dimenticati. Ted Nelson appartiene a una terza categoria, la più struggente: quella di chi ha immaginato il futuro con tale precisione da vederlo realizzarsi in una forma peggiore di quella sognata. Il web che usiamo ogni giorno è, in un certo senso, una versione impoverita di ciò che Nelson aveva progettato sessant’anni fa. E molti dei problemi che oggi affrontiamo con l’intelligenza artificiale nascono proprio da ciò che il suo sistema avrebbe evitato.
La sua storia comincia in una famiglia di artisti. Nato a Chicago nel 1937, figlio dell’attrice Celeste Holm e del regista Ralph Nelson, cresciuto dai nonni, Ted sviluppò fin da giovane quella che lui stesso chiamava una «mente colibrì»: incapace di procedere in linea retta, saltava continuamente da un’idea all’altra, da un pensiero all’altro. Una caratteristica che l’istruzione tradizionale considerava un difetto, e che lui trasformò nella più grande delle intuizioni.
Nel 1960, durante un corso di informatica per umanisti ad Harvard, Nelson ebbe la visione che avrebbe occupato tutta la sua vita. E se i documenti potessero essere collegati tra loro liberamente, seguendo le associazioni del pensiero invece della sequenza lineare della pagina scritta? E se si potesse saltare da un testo all’altro, da un’idea a un’idea correlata, esattamente come fa la mente? Coniò una parola per questa idea: ipertesto. Era il 1963.
"Con ipertesto intendo la scrittura non sequenziale: testo che si dirama e offre scelte al lettore."
Ma la visione di Nelson andava molto oltre il semplice collegamento tra testi, quello che poi sarebbe diventato il link del web. Il suo progetto, che chiamò Xanadu dal poema di Coleridge, era enormemente più ambizioso. In Xanadu, ogni documento avrebbe conservato tutte le sue versioni precedenti: nulla sarebbe andato perso. I collegamenti sarebbero stati bidirezionali: si sarebbe sempre potuto sapere chi citava cosa. E, soprattutto, ogni volta che un contenuto veniva citato o riutilizzato, il suo autore originale sarebbe stato automaticamente riconosciuto e remunerato.
Immaginate cosa avrebbe significato: un mondo digitale in cui la paternità di ogni idea è sempre tracciata, in cui gli autori vengono pagati equamente quando il loro lavoro viene usato, in cui nulla viene mai perso o falsificato perché ogni versione è conservata. Nelson ci lavorò per sessant’anni. Xanadu non fu mai completato. Fu forse il più lungo e ambizioso progetto software mai tentato, e insieme il più famoso fallimento della storia dell’informatica.
Nel 1991, Tim Berners-Lee costruì il World Wide Web. Usò l’idea di ipertesto di Nelson, ma la semplificò radicalmente. I link del web sono unidirezionali: una pagina punta a un’altra, ma l’altra non sa di essere puntata. Non c’è conservazione automatica delle versioni: le pagine cambiano e scompaiono. E non c’è nessun sistema di riconoscimento o pagamento automatico per gli autori. Il web era più semplice, più veloce da realizzare e vinse.
Nelson lo criticò aspramente, definendolo «una brutta implementazione di una buona idea».
Aveva torto sul successo del web, che è stato travolgente. Ma aveva ragione sui problemi. E questi problemi, oggi, esplodono con l’intelligenza artificiale.
Pensiamo a come funziona l’AI generativa. I grandi modelli di intelligenza artificiale vengono addestrati su enormi quantità di testi, immagini, contenuti presi dal web. Ma da dove vengono esattamente questi contenuti? Chi li ha creati? Gli autori originali sono stati riconosciuti o remunerati? Nella maggior parte dei casi, no. I contenuti sono stati semplicemente «assorbiti» dai modelli, senza tracciabilità, senza attribuzione, senza compenso. È esattamente il problema che il sistema di Nelson avrebbe evitato.
E le conseguenze sono enormi, anche per le aziende. Quando un’impresa usa l’AI generativa per produrre testi, immagini o materiali, si trova davanti a domande che il sistema di Nelson avrebbe risolto alla radice:
questo contenuto è originale o riproduce opere di altri? Posso usarlo liberamente o violo diritti di qualcuno? Chi è il vero autore di ciò che l'AI ha prodotto?
Sono domande tutt’altro che teoriche: riguardano la responsabilità legale e reputazionale di chi usa questi strumenti.
Immaginate un’agenzia che usa l’AI per generare immagini per una campagna pubblicitaria di un cliente. Le immagini sono bellissime, prodotte in pochi minuti. Ma su quali immagini è stato addestrato il modello? Alcune di quelle immagini originali erano protette da copyright? L’azienda che usa il risultato potrebbe trovarsi esposta a rivendicazioni che non aveva previsto. La mancanza di tracciabilità, proprio ciò che Nelson voleva risolvere, diventa un rischio concreto, una realtà.
La lezione di Nelson, per le aziende dell’era dell’AI, è preziosa: la questione dell’origine e della paternità dei contenuti non è un dettaglio accademico, ma un aspetto cruciale dell’uso responsabile dell’intelligenza artificiale. Sapere da dove vengono i dati e i contenuti, capire cosa si può usare liberamente e cosa no, tracciare la provenienza di ciò che si produce sono competenze essenziali per non incorrere in problemi.
C’è anche un aspetto più profondo nella visione di Nelson. Lui sognava un mondo digitale giusto, in cui il valore creato dagli individui venisse loro riconosciuto. Il web che abbiamo costruito ha spesso tradito questa aspirazione, permettendo a pochi grandi attori di appropriarsi del valore prodotto da molti. L’intelligenza artificiale rischia di accentuare questa dinamica o, se governata con consapevolezza, di correggerla.
Per un’impresa, muoversi in questo territorio richiede competenza e attenzione. Non si tratta di rinunciare all’AI generativa, che offre opportunità straordinarie. Si tratta di usarla sapendo cosa si sta facendo: verificando l’origine dei contenuti, rispettando i diritti altrui, tracciando la provenienza di ciò che si produce. È la differenza tra un uso sprovveduto, che espone a rischi, e un uso maturo, che coglie le opportunità senza cadere nelle trappole.
C’è un ultimo aspetto che rende Nelson sorprendentemente attuale. Le sue intuizioni, la paternità tracciata in modo indelebile, il compenso automatico agli autori, la decentralizzazione senza intermediari, la memoria immutabile, riemergono oggi nelle logiche della blockchain e del cosiddetto Web3. Non per una derivazione diretta, che non risulta, ma per una convergenza sorprendente: chi prova a costruire un digitale più equo finisce per reinventare le stesse soluzioni che Nelson aveva immaginato sessant’anni prima. Chi scrive ci si è imbattuto lavorando, in ambito educativo, con blockchain e metaverso, e ha colto l’ironia di fondo: Nelson sognava quegli strumenti per giustizia culturale, non per profitto, e guarderebbe probabilmente con disagio la deriva speculativa di tanta parte del Web3. Aveva progettato gli attrezzi della giustizia digitale; il mercato li ha spesso usati per fabbricare scarsità artificiale. La differenza, come sempre, non è nello strumento: è in chi lo usa, e perché.
Un uomo con la «mente colibrì», figlio di attori, che passò sessant’anni a costruire un sistema mai completato, aveva capito qualcosa di fondamentale: in un mondo di informazione, sapere chi ha creato cosa è essenziale per la giustizia e per l’ordine. Il web ha ignorato questa lezione. L’intelligenza artificiale non può permettersi di ignorarla ancora.
E le aziende che la usano, tantomeno.
La rubrica ANTE DIGITAM
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Nelson sognava un sistema in cui ogni contenuto avesse un’origine tracciabile. Ma c’è una tensione più antica, che nessun sistema può risolvere: l’informazione vuole essere libera e costosa insieme. Chi coniò questa frase, quasi sempre citata a metà, aveva capito una contraddizione che l’AI oggi porta all’estremo.

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