Steve Jobs lo citò come «il Google della sua generazione». La sua frase più celebre è quasi sempre citata a metà. E quella metà mancante è esattamente la tensione che ogni azienda affronta oggi usando dati e contenuti con l’AI.
Nel 2005, sul palco della cerimonia di laurea di Stanford, Steve Jobs pronunciò uno dei discorsi più famosi della storia. Verso la fine, citò una pubblicazione che aveva segnato la sua generazione: il Whole Earth Catalog. «Era una specie di Google in formato tascabile», disse Jobs, «trentacinque anni prima che Google esistesse». Dietro quella pubblicazione leggendaria c’era un uomo: Stewart Brand. Uno dei personaggi più influenti e meno conosciuti di tutta la storia digitale.
Brand è difficile da inquadrare, perché la sua vita attraversa tutta la storia intellettuale della California contemporanea. Biologo di formazione, formatosi a Stanford, negli anni Sessanta frequentò Ken Kesey e i Merry Pranksters, fu fotografo, attivista, organizzatore di eventi. Ma è come editore che entrò nella storia. Nel 1968 fondò il Whole Earth Catalog, una via di mezzo tra un catalogo di strumenti e un manifesto culturale: una guida per chi voleva vivere in modo autonomo, costruire comunità, usare la tecnologia come strumento di emancipazione.
"Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The Whole Earth Catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione."
Steve Jobs
Il sottotitolo del catalogo era «access to tools», accesso agli strumenti. Ed era una filosofia intera condensata in tre parole: la convinzione che dare alle persone gli strumenti giusti – fossero libri, attrezzi o, presto, computer – significasse dare loro potere e libertà. Brand fu tra i primi a capire che i personal computer, allora curiosità per hobbisti, sarebbero stati strumenti rivoluzionari di liberazione individuale. Intuì, prima di quasi tutti, che la tecnologia poteva essere controcultura.
Ma la frase che ha reso Brand immortale è un’altra, ed è forse la più citata – e la più fraintesa – di tutta l’era digitale. «L’informazione vuole essere libera». La sentiamo ovunque, usata per giustificare la condivisione gratuita, l’open source, la pirateria, la trasparenza. Il problema è che quasi nessuno la cita per intero. La frase completa, pronunciata da Brand nel 1984 e messa per iscritto nel 1987, dice qualcosa di molto più sottile.
Ecco la versione integrale: «L’informazione vuole essere libera. L’informazione vuole anche essere costosa. L’informazione vuole essere libera perché è diventata così economica da distribuire. Vuole essere costosa perché può avere un valore enorme per chi la riceve. Questa tensione non sparirà mai». Non uno slogan a favore del gratis, dunque, ma la diagnosi lucida di una contraddizione insanabile.
Brand aveva capito, già negli anni Ottanta, che l’informazione ha una doppia natura. Da un lato tende a diffondersi, a circolare, a diventare accessibile a tutti, è nella sua natura essere copiata e condivisa a costo quasi zero. Dall’altro ha un valore enorme, e chi la produce o la possiede ha interesse a proteggerla, a venderla, a controllarla. Queste due forze, libertà e valore, apertura e proprietà, sono in tensione permanente. E quella tensione, avvertiva Brand, non si sarebbe mai risolta.
Trent’anni dopo, quella tensione è il cuore del conflitto tra open source e proprietà intellettuale, tra condivisione e copyright, tra dati aperti e dati protetti. E con l’intelligenza artificiale, raggiunge una nuova intensità.
Perché l’AI vive di informazione. I modelli di intelligenza artificiale sono addestrati su quantità sterminate di dati e contenuti. E qui la tensione di Brand esplode: questi dati sono «liberi», disponibili sul web, copiabili, riutilizzabili o sono «costosi», cioè protetti, di proprietà di qualcuno, non liberamente utilizzabili? La risposta, spesso, è: entrambe le cose, contemporaneamente. Ed è proprio questa ambiguità a creare i grandi dilemmi legali ed etici dell’AI di oggi.
l'informazione vuole essere libera, ma vuole anche essere costosa
Per un’azienda, questa non è filosofia astratta. Immaginate un’impresa che vuole addestrare o affinare un sistema di AI usando i propri dati aziendali, documenti, comunicazioni, archivi. Quali di questi dati può usare liberamente? Quali contengono informazioni protette, personali, riservate? Quali appartengono a clienti o partner e non possono essere usati senza consenso? La tensione di Brand, tra ciò che è liberamente usabile e ciò che ha un valore da proteggere, diventa una domanda operativa quotidiana.
Oppure pensate a un’azienda che usa l’AI per generare contenuti a partire da materiali esistenti. Dove finisce l’uso legittimo di informazioni disponibili e dove comincia l’appropriazione indebita del lavoro altrui? È esattamente il territorio ambiguo che Brand aveva mappato: l’informazione vuole essere libera, ma vuole anche essere costosa. Navigare questa tensione con competenza è essenziale per non incorrere in problemi legali o reputazionali.
La grande lezione di Brand è che non esiste una risposta semplice. Chi dice «tutta l’informazione deve essere libera» sbaglia tanto quanto chi dice «tutta l’informazione deve essere protetta». La verità sta in una gestione consapevole della tensione: sapere quando l’apertura crea valore e quando la protezione è necessaria, distinguere ciò che si può condividere da ciò che va tutelato, muoversi con criterio in un territorio intrinsecamente ambiguo.
Brand ci ha lasciato anche un’altra eredità preziosa: il «pensiero a lungo termine». Con la Long Now Foundation, che ha contribuito a fondare, ha promosso l’idea che dovremmo ragionare su orizzonti temporali lunghi, non solo sul presente immediato. È una lezione utile nell’era dell’AI: le scelte che facciamo oggi sull’uso dei dati e dell’intelligenza artificiale avranno conseguenze durature. Vale la pena farle con consapevolezza, non con la fretta del momento.
Un biologo diventato editore, che frequentava gli hippy e capì i computer prima di tutti, ci ha lasciato una delle intuizioni più durature dell’era digitale e una delle più fraintese. L’informazione vuole essere libera e costosa insieme. Questa tensione non sparirà mai. E le aziende che usano l’AI devono imparare a navigarla con competenza.
Perché, come sapeva Brand, non c’è scorciatoia. C’è solo la consapevolezza di chi conosce il territorio.
La rubrica ANTE DIGITAM
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Brand aveva colto la tensione tra libertà e valore dell’informazione. Ma chi decide le regole di questo gioco? Un giurista che aveva lavorato per due giudici della Corte Suprema opposti formulò l’intuizione più potente dell’era digitale: il codice è legge.

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